Parliamo di musicoterapia…

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IMG-20170614-WA0003Risponde il dott. Simone Majocchi, laureato presso la Facoltà di Musicologia di Cremona dell’Università degli Studi di Pavia, Musicoterapista diplomato presso la Scuola di Musicoterapia del CMT di Milano – Centro di Studi e Ricerche, e che lavora nell’ambito delle Cure Palliative con l’Associazione Il Samaritano ONLUS di Codogno presso il reparto di Oncologia e l’Hospice dell’Ospedale di Casalpusterlengo e l’Hospice “Città di Codogno”.

Intervista a cura di Sara Mazzilli.

Che cos’è la musicoterapia?
Vi sorprenderà, ma per una domanda apparentemente tanto semplice non c’è la cosiddetta “risposta secca”. In realtà esistono differenti modelli applicativi e scuole di pensiero, e a seconda dell’ambito di intervento vi sono varie “sfumature” che concorrono a creare una serie di possibili definizioni, ciascuna delle quali mette in risalto alcuni aspetti particolari. Per non complicare il discorso, si può comunque delineare qualche caratteristica generale del lavoro musicoterapico, dei punti-cardine che qualificano questo tipo di terapia complementare. Trovo molto significativa, in tal senso, la definizione del dott. Lorenzetti: “La musicoterapia è una disciplina specialistica transdisciplinare che utilizza la musica per costruire con il Paziente – o in un gruppo di Pazienti – una relazione terapeutica con interventi mirati sulla sofferenza psicofisica e con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e agevolare un reinserimento nel sociale”. Il concetto di relazione terapeutica è fondamentale. All’interno di questa dinamica è possibile costruire un percorso condiviso tra il terapista e la persona assistita, e il lavoro con l’elemento sonoro aiuta ad aprire canali di comunicazione diversi rispetto all’uso della parola. Inoltre vorrei sottolineare che la definizione descrive la musicoterapia come una disciplina specialistica e transdisciplinare. Specialistica perché occorre avere un bagaglio di competenze e conoscenze molto ben definito; transdisciplinare perché il musicoterapista è chiamato a formarsi in diversi ambiti: non basta infatti aver studiato musica, ma bisogna cimentarsi con nozioni di medicina e psicologia. Ciò non significa essere “tuttologi”, però è indubbio che più ampio è il bagaglio delle conoscenze, più proficuo sarà il lavoro in équipe. Infatti, sia che si lavori con bambini con autismo, oppure con adulti affetti da problematiche psichiche, con anziani con disturbi della sfera cognitiva, o con persone che attraversano la fase finale della vita a causa di malattie inguaribili, o ancora, che si lavori in ambiti come la scuola (musicoterapia con finalità educative) o il carcere (con una finalità rieducativa), la dinamica dell’équipe è centrale. Il musicoterapista lavora con un team di specialisti, condividendo un progetto assistenziale studiato per far fronte ai bisogni della persona. Credo che da quello che ho descritto fin qui, e dagli ambiti che vi ho brevemente citato, si possa ben intuire l’importanza degli obiettivi che la musicoterapia si dà e che la definizione che vi ho riportato mette assai bene in evidenza: migliorare la qualità della vita e favorire il reinserimento nel sociale.

Quali risultati si sono ottenuti ad oggi con la sua pratica?
L’ambito della ricerca scientifica in musicoterapia è molto vivace, in tutto il mondo. A partire dal 1999, nel Congresso di Washington della World Federation of Music Therapy, sono stati indicati cinque modelli applicativi internazionalmente riconosciuti (li cito solo a titolo conoscitivo: la musicoterapia non verbale di R. Benenzon, l’immaginario guidato in musica di H. Bonny, la musicoterapia creativa di Nordoff-Robbins, la musicoterapia orientata analiticamente di M. Priestley, la musicoterapia comportamentale C. Madsen). La ricerca si prefigge l’obiettivo di verificare e quantificare i risultati e i benefici del lavoro musicoterapico generalmente inteso. I risultati variano a seconda dei contesti, degli ambiti di intervento e delle metodologie applicate. Tutto ciò è connesso anche ai Paesi in cui l’attività clinica e di ricerca si svolgono. Permettetemi di aprire una parentesi. In alcuni Paesi esteri ed europei (penso alla Danimarca) esistono facoltà universitarie e percorsi di dottorato di ricerca in musicoterapia. In Italia invece la musicoterapia non è ancora una professione ufficialmente riconosciuta in ambito medico (ma si stanno ottenendo risultati nel riconoscimento di questa disciplina nell’ambito delle artiterapie). Diverse scuole e anche alcuni conservatori attivano i propri percorsi di studio, ma occorre armonizzare gli standard verso il livello più alto possibile, uniformando i programmi degli insegnamenti e le regole per le esperienze di tirocinio formativo. Altrimenti continueremo a pagare un ritardo nei confronti delle realtà estere e a subire le ripercussioni negative della scarsa professionalità di chi può eventualmente essersi “spacciato” per musicoterapista senza una preparazione certificata. Abbiamo quindi bisogno di strutture sanitarie (e non solo) che riconoscano nella musicoterapia una valore, proprio grazie al lavoro svolto da professionisti, che nel nostro Paese non mancano. Ci sono, in Italia, – ed è doveroso specificarlo – associazioni che tutelano gli standard più elevati di preparazione, ma non vorrei ora addentrarmi in questo tema. Tutto quello di cui stiamo parlando ha a che fare coi risultati, quindi non siamo andati fuori tema. In medicina, oltre a ciò che è quantificabile, assume sempre più rilevanza l’aspetto qualitativo della cura. Come si misura la qualità? Tornerei qui al tema della relazione. Il musicoterapista non si limita a far ascoltare la musica o a far suonare le persone assistite. L’obiettivo è quello di portare il paziente fuori dall’isolamento in cui lo pone la condizione di malattia. Aiutare un bambino autistico ad uscire dalle proprie stereotipie e a comunicare, verbalmente o con i suoni, è un esempio. Permettere ad una persona con il morbo di Alzheimer di recuperare frammenti della propria identità e memoria per mezzo della musica, è un altro risultato che si può raggiungere, senza prefiggersi obiettivi irrealistici. Offrire la possibilità di elaborare non soltanto verbalmente vissuti dolorosi (come un lutto), oppure permettere ad una persona alla fine della vita di donare qualcosa di sé agli altri o di fare esperienza di un “buon tempo” trascorso con la musica trascendendo le paure dovute alla malattia, sono “risultati” che nella pratica clinica si ottengono quotidianamente. Sono le persone che assistiamo a dircelo, anche quando non viene sottoposto loro un questionario per la misurazione scientifica dei risultati. Con questo non voglio assolutamente sminuire la ricerca, che è necessaria per un sempre maggior riconoscimento della validità del nostro lavoro.IMG-20170614-WA0002 (1)

Quali risultati si spera di raggiungere in futuro?
I risultati non sono mai raggiunti una volta per tutte. Si pensi al lavoro, paziente e continuativo, che si deve svolgere con una persona affetta da una grave disabilità. Il senso della cura è quello di esserci, di offrire una presenza e di accompagnare. Credo quindi che la sfida, anche per noi musicoterapisti, sia quella di porsi sempre di più nell’ottica della cura. Con la musicoterapia non si guarisce (non siamo taumaturghi, anche se fin dall’antichità il potere quasi magico della musica ha sempre rivestito un influsso potente sull’animo e sul corpo). Si tratta di alleviare sofferenze, con professionalità e umanità. La musica in questo lavoro è un mezzo, non il fine. Non si tratta di organizzare concerti ma, per citare un’altra definizione: “facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive […], le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo, in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione -intra e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico” (World Federation of Music Therapy, 1996). La persona è al centro, e la tecnica, “l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono ritmo melodia e armonia)” sono al servizio dell’essere umano. L’obiettivo, secondo me, è quello (soprattutto qui in Italia) di dimostrare, con il nostro lavoro, che vale la pena puntare sempre di più sulla musicoterapia per migliorare la qualità di vita delle persone che sono in condizioni di particolare fragilità.
In cosa consiste il lavoro del musicoterapista?
In parte credo che quanto detto fin qui aiuti a farsi un’idea complessiva. Entrando maggiormente nel concreto, si lavora cercando di coinvolgere la persona (valorizzando le sue competenze e possibilità, e rispettandone le condizioni) in attività in cui è implicato l’elemento sonoro/musicale. Si può partire dall’ascolto di musica (un buon modo è quello di fare una sorta di “anamnesi musicale”), oppure si può lavorare sull’improvvisazione e il dialogo sonoro (per le quali non sono richieste competenze musicali specifiche da parte dei pazienti). Di solito si tende a considerare la prima modalità come una forma di musicoterapia passiva, mentre la seconda è detta musicoterapia attiva. Ma dal momento che la dimensione emotiva è sempre direttamente sollecitata e implicata, io tendo a non prendere alla lettera questa distinzione; nessun ascolto, se è autenticamente tale, è passivo! Forse tutto questo può sembrare abbastanza vago, per cui farei volentieri riferimento al mio ambito di lavoro, che è quello delle cure oncologiche e palliative. Spenderei qualche parola, in particolare, sulle cure palliative, un ambito non molto conosciuto e su cui gravano ancora, purtroppo, alcuni pregiudizi, soprattutto in Italia. L’European Association for Palliative Care (EAPC) fornisce questa definizione: “Le cure palliative sono la cura attiva e globale prestata al paziente quando la malattia non risponde più alle terapie aventi come scopo la guarigione. Il controllo del dolore e degli altri sintomi, dei problemi psicologici, sociali e spirituali, assume importanza primaria. Le cure palliative hanno carattere interdisciplinare e coinvolgono il paziente, la sua famiglia e la comunità in generale. Provvedono ad una presa in carico del paziente che si preoccupi di garantire i bisogni più elementari ovunque si trovi il paziente, a casa o in ospedale. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di preservare la migliore qualità di vita possibile fino alla fine”. In questo contesto, assai delicato, la musicoterapia è uno strumento prezioso. Aiuta la persona sofferente e il suo nucleo famigliare a trovare nuove possibilità di condivisione e comunicazione delle emozioni, e consente di fare esperienze positive e creative. La creatività ha un elevato potenziale curativo (intendiamo con cura tutto ciò che, pur non essendo orientato alla completa guarigione, consente di alleviare la sofferenza e il dolore). Sono le parole delle persone con le quali e per le quali lavoro a restituirmi, molto spesso, il vero senso di quello che faccio. Ecco perché più di tutte le definizioni o descrizioni possibili, vale di più una frase come questa: “Quello che mi sta offrendo è una medicina per l’anima”. In modo particolare, tra gli strumenti che utilizzo io, ho sempre integrato il mio strumento d’elezione, che è il violino. Suonare per le persone che, purtroppo, non godono di un buono stato di salute, è una grande responsabilità ma anche un privilegio. Il tempo che mi viene dedicato in qualità di musicoterapista è un autentico regalo, che cerco di ricambiare al meglio delle mie possibilità mediante la musica che dono con il mio strumento. Ma l’utilizzo del violino è solo una parte di un lavoro molto più ampio, in cui anche i pazienti e i loro famigliari possono suonare alcuni strumenti che ho appositamente con me. L’Associazione Il Samaritano ONLUS (socia della Federazione Cure Palliative a livello nazionale), che opera prevalentemente nel basso Lodigiano ed è nata a Codogno nel 1988, offre molti servizi alle persone gravemente sofferenti e alle loro famiglie: tra questi vi è anche la musicoterapia negli Hospice di Casalpusterlengo e Codogno, e nel reparto di Oncologia di Casalpusterlengo. Anche nell’ambito dell’elaborazione del lutto il lavoro musicoterapico è un valido strumento. Ciò vale inoltre nel contesto scolastico: penso ad alcuni progetti realizzati nel Lodigiano con ragazzi di IV superiore, sul tema della perdita, laddove abbiamo integrato la musicoterapia alla terapia del colore (un’altra terapia complementare molto importante nei contesti di cura, svolta da una professionista). Credo si sia capito che continuerei a raccontarvi ancora molto altro, ma penso che per il momento ci sia materiale a sufficienza per farsi incuriosire e desiderare di approfondire ulteriormente l’argomento. Grazie per l’opportunità che mi avete offerto di potervi raccontare qualcosa di questo impegnativo, ma meraviglioso lavoro…che poi è qualcosa di più che non un semplice lavoro!