Un calcetto in carcere

Sabato 27 ottobre. E’ la mattina di un giorno banale, anonimo, se non fosse perché la nostra delegazione – parliamo di un gruppo di allievi/insegnanti del liceo Gandini-Verri – sta per vivere l’esperienza dell’incontro alla Casa circondariale di Lodi.

 L’occasione è il tradizionale triangolare di calcetto: ci confronteremo con l’ Istituto “Cesaris” di Casalpusterlengo e, naturalmente, con i ‘padroni di casa’, una selezione di detenuti all’apparenza piuttosto agguerrita. Sono le 8.30. Giove pluvio incombe e l’atmosfera plumbea sembra avvisarci delle ormai prossime festività dei ‘defunti’.

 Un’ora dopo entriamo in carcere: clangore di porte ferree che si aprono e si richiudono al nostro passaggio, perquisizione a zaini, borse, stazione degli oggetti più delicati (portafogli, telefonini, documenti) negli appositi armadietti. Quest’anno, ci dicono, tutto è più difficile, più complicato: recenti episodi hanno indotto le autorità a una maggiore cautela nei confronti del mondo esterno. Pazienza.

 All’inizio poche parole, molti sguardi, silenzi prolungati creano sottili suggestioni, ma anche vicinanza ed empatia ineffabile che – per dirla con il Dante  dell’inizio del Paradiso – “trasumanar, significar per verba non si poria”. Ed effettivamente respiriamo subito un’atmosfera buona di accoglienza, di tentata, di cercata amicizia da parte di chi vive l’esterno, il ‘fuori’, come una concreta possibilità di interazione, un premio da raggiungere possibilmente quanto prima. Ed ecco che qualcuno ci racconta i suoi guai con la giustizia e candidamente ci confessa problemi e progetti per un futuro finalmente libero.

Di fronte a questi attimi, persino il triangolare tanto atteso perde il suo significato agonistico, non è più, almeno non soltanto, contesa serrata e va ad acquistare il prezioso valore dello scambio di idee rapide, di ricordi ancora vividi: questa è vita vera senza ipocrisia. Né intorno si levano muri di diffidenza o, peggio, di livore o paura, solo desiderio di calore, di attenzione. Per la cronaca (dopo qualche anno finalmente, ndr) sarà proprio il nostro Gandini-Verri a uscire vincitore dalla sfida dopo una ‘bella’ agonisticamente tirata contro il “Cesaris” casalino.

Stavolta però i carcerati, esclusi dalla finale, non se la prendono, anzi alla fine propongono entusiasti un incontro a ranghi misti: è il loro modo di ringraziarci, di salutarci strappandoci la promessa di un altro momento insieme, a breve.

 Sopra di noi, il cielo ha messo giudizio e si è soltanto segnalato per alcune timide gocce. Dentro di noi una certezza: mentre usciamo ci sentiamo vicini al sommo Dante, ancora lui, che nell’ultimo verso dell’ultimo Canto della sua Divina Commedia ci ammonisce e ci invita a sperare insieme che è  “l’amor che moveil Sole e l’altre stelle”.

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