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Molte classi del Verri e del Gandini sono state al cinema Fanfulla martedì 22 gennaio per la visione del film LA CHIAVE DI SARA.

Film francese del 2010diretto da Giles Praquet- Brenner con Kristin Scott Thomas e Melusine Mayance tratto dall’omonimo libro di Tatiana de Rosnay. Episodio avvenuto a Parigi a seguito della persecuzione nazista. Uccisione di molti mila ebrei.

Non è il solito film sulla persecuzione degli ebrei, sui campi di concentramento. Non c’è violenza, ma la ricerca di una verità profonda. Dimenticarla è troppo facile. Diffonderla altrettanto rischioso. Accettarla, troppa rassegnazione. Bisogna capirla, scoprirla e – perchè no?-viverla.

E’ proprio ciò che Julia, la giornalista co-protagonista sta cercando di fare. Chi avrebbe la coscienza propria coscienza pulita sapendo che la casa che stai per abitare è stata quella di ebrei deportati e cacciati? La casa che mostra ancora fantasmi del passato…

Sara Starzynksi è una bambina che ha molto più coraggio di tante persone messe insieme. Ha riflessi pronti, furbizia e perspicacia. Ma è pur sempre una bambina, ha le sue fantasie, le sue speranze, la tenerezza che la contraddistingue.

Non esita molto a nascondere il fratellino dentro una stanza segreta della sua cameretta, pur di salvarlo dalla crudeltà degli agenti tedeschi. Gli promette che andrà tutto bene, che presto si rivedranno. Una piccolina cosa si deve aspettare da una miseria del genere?

Le urla delle persone divise dai propri famigliari, le madri che abbracciano i figli e che urlano contro i funzionari dei campi, i mariti che portano sguardi di fatiche e sofferenza… Sara questi momenti li ha vissuti, mai se li dimenticherà.

Il coraggio di scappare con un’amica, la pietà di un vigile del centro, la luce degli occhi segnata dalla sconforto ma con un lume di speranza, la velocità, permettono a Sara qualcosa in più. Fuori da quel campo di concentramento in Francia, c’è una vita che la aspetta. Fortuna? Probabilmente.

Come puoi mai ringraziare due coniugi che un giorno ti accolgono in casa loro per compassione e che poi ti crescono come una figlia vera nella loro casa? Evidentemente Sara non ce l’ha fatta alla fine a dimostrare loro tutta la sua gratitudine, nonostante abbia voluto loro molto bene. La sua mente è altrove, il pensiero lontano. Sara desidera andare via e ricominciare.

Ma come si fa a dimenticare il proprio passato? L’immagine di quello che Sara non si aspettava mai, ciò che sempre aveva temuto affidandosi alla speranza che non potesse essere vero, la perseguita. Le urla, la rabbia, il dolore, le lacrime di quel momento, piegata a terra gemente e delirante davanti a quella porta, con la sua chiave in mano, custodita da tanto tempo.

E poi la rinascita: un marito, un figlio, una vita apparentemente normale. Ma il dolore e il rimorso sempre dentro di sè. Sara ha qualcosa dentro che le divora il fegato, e il cuore. Troppo da sopportare: qual è la soluzione?

E poi c’è Julia, appunto. Lei che pian piano forma dopo tanti tasselli tutta questa storia. Telefonate a vecchi parenti di Sara, visita alla casa, ad associazioni che si occupano della Shoa, contatti e informazioni ovunque.

Litigi ed incredulità la colpiscono, c’è chi non crede al suo lavoro e alle sue ricerche: primi fra tutti i famigliari.

Loro le sanno alcune cose, ma preferiscono nasconderle, c’è chi le vuole ignorare invece.

Ma anche Julia ha una vita. A un certo punto arriva un bambino inaspettato: si lascia morire una vita? Assolutamente no.

Contro chi ama, il bambino è suo. E anche lei come Sara inizia una nuova vita in America divorziando dal primo marito e lascia la Francia, con la sua secondogenita (di nome Sara, quella vicenda le è nel cuore) e la prima figlia, Zoe.

Sara e Julia sono vissute a tanti anni di distanza, ma in comune hanno avuto la determinazione e la potenza di cambiare. E’ come se un po’ si conoscessero, come se l’una appartenesse in parte all’ altra.

Un film che fa riflettere, commuovere e discutere.

La storia di Sara e di Julia ti rimane, ti colpisce.

A tutti voi è consigliata la visione de La chiave di Sara, senza pregiudizi, al di là della mia recensione e della mia descrizione.

“A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre, ma se una storia non viene raccontata diventa qualcos’altro, una storia dimenticata. Quando una storia viene raccontata, non può essere dimenticata, diventa qualcos’altro. Il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare…” Julia Jamord.

Francesca Bertuglia.

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