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Uccidere un essere umano è l’atto più abominevole che si possa concepire, e compiere un gesto simile nei confronti di una persona colpevole di essere in qualche modo legata ad un’altra o che, con il suo impegno, cerca di frenare azioni illegali, è ancora più terrificante. Purtroppo, la maggior parte degli omicidi ad opera di sicari mafiosi è basata su questi moventi: negozianti coraggiosi che si sono rifiutati di continuare a pagare il pizzo e di non cedere alle minacce di morte, come imprenditori che si sono rifiutati di cedere ai tentativi di corruzione, sono stati puniti con l’uccisione di loro stessi o anche dei loro cari, e una sorte simile è toccata ai parenti dei “pentiti”, ex mafiosi che hanno deciso di abbandonare il mondo della criminalità organizzata e di rivelarne i meccanismi a magistrati e poliziotti, e anche a tutti coloro che si sono impegnati a combattere questo fenomeno, nato negli anni successivi all’Unità d’Italia e purtroppo ancora vivo, con tanto di espansione all’estero. Oggi, 21 marzo, è la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti della mafia, uomini, donne e bambini uccisi appunto perché familiari di personaggi “scomodi”, per avere trovato il coraggio di denunciare i crimini di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta, della camorra, o, putroppo, per essersi trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato. Eccone alcuni esempi

GIORGIO AMBROSOLI

Avvocato milanese, fu ucciso l’11 luglio 1979 sotto il portone di casa sua da William Joseph Aricò, un malavitoso americano ingaggiato per l’omicidio dall’allora presidente della Banca d’Italia, il siciliano Michele Sindona. Il finanziere nel 1971, anno in cui era a capo della Banca Unione e della Banca Privata Finanziaria, fu sospettato di condurre attività illecite, tra le quali anche contatti con la mafia, e quindi indagato dalla Banca d’Italia, il cui governatore, Guido Carli, accorda un prestito a Sindona e procede alla fusione dei due istituti, andando a costituire la Banca Privata Italiana. Successivamente, il direttore generale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, viene incaricato di occuparsi della vicenda. Si trasferisce quindi a Milano e, scoperte tutte le operazioni del banchiere, ne ordina immediatamente la sospensione, e nel 1974 Ambrosoli fu nominato commissario liquidatore. L’avvocato, nonostante i numerosi tentativi di corruzione, non cedette e continuo la sua inchiesta, della quale avrebbe dovuto sottoscrivere dichiarazione formale il 12 luglio 1979, soltanto un giorno dopo il suo assassinio.

GIUSEPPE DI MATTEO

Figlio del collaboratore di giustizia Santino di Matteo, ex malavitoso, fu rapito il 23 novembre 1993 davanti al maneggio di Altofonte da un gruppo di mafiosi vestiti da poliziotti, che avvicinarono e ingannarono il bambino facendogli credere di potergli far incontrare suo padre, allora sotto protezione lontano dalla Sicilia. Disse Gaspare Spatuzza, uno dei rapitori: “Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi”. La famiglia del ragazzino iniziò delle ricerche, ma il 1° dicembre 1993 giunse un biglietto con scritto “Tappaci la bocca”, allegato a due foto di Giuseppe con in mano un quotidiano datato 29 novembre 1993. Si resero conto che si era trattato di un rapimento, finalizzato a convincere Di Matteo padre le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull’assassinio di Ignazio Salvo, nei quali era stato coinvolto, e il 14 dicembre Francesca Castellese, moglie di Santino, denunciò la scomparsa del figlio. Nonostante avesse ricevuto un’altra lettera anonima, il padre di Giuseppe non si piegò mai alla richiesta dei rapitori e l’11 gennaio 1996, dopo 799 giorni di prigionia, il ragazzo fu prima strangolato poi sciolto nell’acido nitrico da Vincenzo Chiodo, Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo, che obbedivano ai comandi del boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, poi condannato all’ergastolo.

STEFANO POMPEO

La sera del 22 aprile 1999, Stefano e suo padre raggiunsero Antonio e Giuseppe Cusumano, quest’ultimo presunto capo di una grande cosca mafiosa, nella loro campagna, dove arrivarono poco dopo le 18. Alle 20.40, Stefano salì sul fuoristrada di Cusumano, guidato da un certo Vincenzo Quaranta, per andare a comprare il pane, ma durante il tragitto ricevette tre colpi di fucile e morì prima dell’arrivo in ospedale. Gli inquirenti sono stati in grado di ricostruire che il vero obiettivo dei sicari era proprio Giuseppe Cusumano, dal momento che era in atto una guerra tra la banda di questi e quella dei Vetro.

L’elenco di storie simili è ben più lungo, a testimonianza di quanto quella della criminalità organizzata sia purtroppo una realtà che ha accompagnato la storia del nostro Paese da tanto, troppo tempo. Ma, come diceva Giovanni Falcone, la mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani conosce un inizio, un’evoluzione e anche una fine. Sarà possibile chiudere questo triste capitolo soltanto trovando il coraggio di parlare di questo problema e di affrontarlo senza avere paura delle minacce dei malavitosi ma ricordando sempre di star compiendo un atto per la salvaguardia della nostra giustizia.

Carla Ludovica Parisi

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