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Un paio di giorni. Tre video. Condivisioni su Facebook, Twitter, passaparola, ed eccoci qua, la campagna “#coglioneNo”, creata dal collettivo ZERO (http://zerovideo.net/), è ormai sulle pagine di tutti i giornali, online e non, e ha invaso completamente il web italiano.

È una rivolta controllata, pacifica nel modo più sincero del termine, senza discese in piazza o scioperi, anzi, lo sciopero dei creativi consiste nel creare. E per scioperare denunciano, e lo fanno alla loro maniera, creando video ironici e ben girati, che descrivono e prendono in giro la situazione attuale di chiunque in Italia abbia fatto del creare il proprio lavoro, nel Paese dove non si è mai a passo con i tempi perché non si vuole esserlo, perché da noi il lavoro è solo quello fisico: o ti sporchi le mani di grasso o infili la zappa nella terra, il resto non è lavoro, è hobby.

“Tu che lavoro fai?” “Web designer” “Ah! Figo, ma di lavoro vero?”.

Siamo nell’epoca degli Youtuber, dei Vlogger anglofoni da milioni di views che riescono a fondare business attorno ad un volto ed una telecamera, eppure l’Italia riesce a rimanere attaccata agli stereotipi che vedono chi lavora con la mente, invece che con le braccia, un lavoratore di terza categoria, uno sfaticato che non ha trovato nella propria vita niente di meglio da fare.
Intanto però, sul web, cresce sempre di più il numero di giovani che ricerca la propria strada in piattaforme come Youtube o Vimeo, semplici bacheche dove postare i propri lavori e ricevere commenti per migliorarsi, per imparare a incassare le critiche, e discutere del proprio lavoro con altri.
Nell’epoca del web, della personalità e delle opportunità nate dal nulla, la realtà italiana si ritrova a voler rimanere indietro continuando a degradare il lavoro creativo a puro passatempo, come se bastasse avere Photoshop per definirsi designer, o una reflex per essere fotografi. E in una realtà del genere i free-lance si sentono ripetere continuamente il mito della “visibilità”, come se con la visibilità si potessero ripagare le ore di studio, i programmi e i libri, come se la visibilità la si potesse addentare e mandare giù a riempire lo stomaco. E mentre il regista si ritrova con niente in tasca e decine di ore di sonno da recuperare, l’azienda manda in onda il suo spot costato zero. Funziona così per tutti: compositori, scrittori, registi, giornalisti, designer, disegnatori, speaker, sceneggiatori, direttori della fotografia, fonici, musicisti…
Però qualcosa si può fare, anche dal divano di casa, anche senza spendere un soldo (che sembra poi essere la preoccupazione di chiunque nel nostro Paese), i creativi ce lo stanno dimostrando, non serve scendere in piazza con megafoni e striscioni ad accusare persone e istituzioni, si può fare qualcosa senza bisogno di alzare le zappe e minacciare qualcuno, come siamo soliti fare, basta iniziare a considerare il creativo al pari di qualsiasi altro lavoratore, e magari prendersi due minuti per leggere e firmare la petizione “#Rivoluzione Creativa” (http://www.change.org/it/petizioni/chiediamo-il-riconoscimento-della-valenza-strategica-della-creativit%C3%A0-per-il-rilancio-del-paese-rivoluzionecreativa?share_id=VrotgpIZIr&utm_campaign=signature_receipt&utm_medium=email&utm_source=share_petition) che è la semplice richiesta d’ascolto dei creativi italiani e racconta a grandi linee come abbiamo trattato il lavoro intellettuale negli ultimi anni, spiegando anche, in un paio di righe, perché stiamo gettando al vento una delle più grandi risorse del nostro paese, una delle vere eccellenze italiane.

Gabriele Mozzicato

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