Per Teen Reporters.

“Il termine eutanasia, composto dalle parole greche eu (“bene”) e thànatos (“morte”), significa letteralmente “buona morte”, quella che giunge serenamente senza essere accompagnata da strazianti sofferenze.” Così la descrive l’Enciclopedia Treccani. La “dolce morte”, la morte senza sofferenza, il sollievo che molti cercano quando colpiti da una malattia incurabile e dolorosa, la morte che molti Italiani sono obbligati a cercare in Svizzera, perché in Italia non esiste una legge che permetta di liberare un malato dalle sue sofferenze, perché in Italia il malato, la persona, vale meno della vita in sé. L’uomo occidentale moderno pensa di vivere in un mondo dove i diritti umani sono ormai stati definiti: diritto alla vita, alla felicità, all’istruzione… e alla morte? L’uomo ha diritto alla morte? Se l’uomo è padrone della sua vita, ne deriva che possa esserlo anche del momento finale, se ogni uomo è regista del suo spettacolo, significa che deve essere lui a poter decidere quando e come calare il sipario. E se l’uomo non può decidere della sua morte, allora come può dirsi padrone della sua vita? La morte non esiste, non esiste un luogo, una dimensione separata dove vanno le cose morte, la morte è la mancanza di vita, o meglio: la vita è un attimo in cui la morte si concede una vacanza; c’era la morte prima che la vita arrivasse e ci sarà la morte quando la vita scomparirà. Noi esseri umani esistiamo, siamo reali solo finché viviamo e finché viviamo abbiamo il diritto di decidere cosa fare della nostra vita, accettiamo le conseguenze di ogni nostra azione, ma siamo coscienti del diritto di dare alla nostra vita la forma che desideriamo, dipende esclusivamente da noi. Tuttavia, è impossibile dirsi realmente padroni della propria vita quando non si ha la possibilità di preferire ad una morte dolorosa e non voluta, una morte consapevole e tranquilla, se non si ha il diritto di decidere di andarsene scegliendo la propria strada, allora siamo solo dei guidatori passivi destinati ad arrivare tutti alla stessa destinazione, ma senza possibilità di decidere che strada prendere per arrivarci. Siamo programmati per fuggire dal dolore: se ci scottiamo, spostiamo la mano, se ci tagliamo, allontaniamo il coltello, eppure quando è la vita stessa, lo sforzo di rimanere in vita contro la nostra volontà a ferirci, non abbiamo la possibilità di allontanarci, di metterci da parte e congedarci con serenità. Abbiamo delle responsabilità verso i malati, verso noi stessi, abbiamo il dovere di rispettare ogni vita, ma ancor di più abbiamo il dovere di rispettare ogni uomo, poiché è l’uomo a possedere la vita, non il contrario e condannare un uomo a vivere rinchiuso in una gabbia dolorosa allontanandogli una via d’uscita serena, non è etica, è crudeltà.

Gabriele Mozzicato

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