Il melodramma è senza dubbio uno dei più singolari generi musicali, essendo l’unione di musica e recitazione, di suono ed immagine. Ogni autore è in grado, per mezzo della propria composizione, di trasportare il pubblico nei luoghi dove si svolgono le vicende da lui narrate. Particolarmente esotico ed inconsueto è stato il viaggio da noi recentemente intrapreso in compagnia di Giacomo Puccini, che ci ha portati nel Giappone degli inizi del ‘900, per assistere alla triste storia della geisha Cio-Cio-San, soprannominata Butterfly, protagonista dell’opera omonima. La giovane (qui interpretata dal soprano rumeno Cellia Costea), andando contro le ammonizioni della famiglia, sposa un giovane americano, F. B. Pinkerton, che in realtà non ricambia il suo amore e mostra il solo fine di divertirsi. Poco tempo dopo l’uomo va via, dicendo che sarebbe tornato quando nidifica il pettirosso. Cio-Cio-San lo attende per tre anni, rispingendo le proposte del ricco Yamadori, innamoratosi di lei. Ma purtroppo egli ritorna accompagnato dalla nuova moglie americana Kate. Ignorando l’ambasciatore di Pinkerton e la cameriera che tentano di avvertirla, al colmo della gioia, Butterfly finisce per comprendere da sola la situazione ed acconsente di lasciare al marito e a Kate suo figlio, nato e cresciuto durante l’assenza di Pinkerton. Disperata, rimasta sola in scena, alla geisha non resta che togliersi la vita con l’hara-kiri. In questo melodramma, privo di scene spettacolari e raramente satirico, la componente fondamentale è quella emotiva, a partire dall’ingenua dolcezza della protagonista, arrivando all’apparente freddezza e superficialità del suo sposo, risoltesi con il pentimento finale. Le tre arie liriche, aggiunte dall’autore in un secondo momento, sono state elaborate più che altro per accontentare la critica dell’epoca, mentre l’attenzione di Puccini si concentrava soprattutto sullo sviluppo dei personaggi. Tra esse, il coro a bocca chiusa con il quale si chiude il secondo atto rappresenta l’esempio più eclatante nella tradizione operistica di questa tipologia di corale e qui è stato caratterizzato dal sipario chiuso, così da rendere ancora più raccolta l’attesa di Butterfly del marito. Tra le scelte della regia doverose da ricordare vi sono, inoltre, l’uso del proiettore e l’inserimento nella scenografia di stampe giapponesi realizzate – secondo quanto scrive Ciabatti – sulla base dell’arte dei macchiaioli. Il regista infatti parla anche della sua immedesimazione nello spettacolo attraverso la figura di un anonimo pellegrino, comparso nel terzo atto. Per quanto riguarda la componente musicale, Puccini si documenta ampiamente sul paese nel quale ambienta il melodramma e inserisce nella partitura numerosi esempi musicali tipici del Giappone, facendo uso anche della tradizionalmente nipponica scala pentatonica per contrapporla alla controparte occidentalizzata per sottolineare, appunto, il processo di occidentalizzazione subito dalla protagonista nel corso della trama. L’orchestra è costruita di conseguenza, ammettendo strumenti inconsueti come i tam-tam di varie misure e particolari fischietti per simulare il canto degli uccelli. Riguardo alla formazione musicale, qui il direttore Bisanti dimezza il numero dei corni e riduce quello complessivo degli archi, scala trombone basso al ruolo di terzo e lo sostituisce nell’originale parte di quarto con la tuba. Sono inoltre stati eliminati gli strumenti che solitamente vengono suonati sul palco. In conclusione, il sapore inconsueto e particolarmente appassionante di quest’opera la rendono, a giusto titolo, una delle più rappresentate al mondo, capace di mostrare al pubblico le voci di una terra lontana, senza doversi curare della lunghezza del viaggio.

Andrea Rosa

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