Il teatro è un autentico universo in miniatura. Nello spazio limitato del palcoscenico è possibile rappresentare un numero sconfinato di situazioni riguardanti i più disparati soggetti. E se, tuttavia, compito del teatro è quello di “reggere lo specchio alla natura” (cioè di imitarla), allora una rappresentazione teatrale sarebbe in grado di imitare anche una sua simile? Vi sono dei momenti nei quali il soggetto di un’opera è un’altra opera? La risposta è sì. Ecco il cosiddetto metateatro, vera “scena dentro la scena”. Risalente al teatro antico, questo fenomeno non si riscontra solo nella prosa, ma è frequente anche nell’opera lirica. Emblematica in questo senso è l’opera di inizio Novecento, Adriana Lecouvreur del compositore Francesco Cilea, elaborata su libretto di Arturo Colautti, della quale abbiamo avuto modo di vedere un buon allestimento al teatro Ponchielli di Cremona.

Il melodramma, che narra la storia della celebre attrice Adriana, realmente esistita, è ambientata nella Parigi del 1730 e si apre con i preparativi per uno spettacolo teatrale: il direttore di scena Michonnet (interpretato dal baritono Francesco Paolo Vultaggio) cerca di coordinare gli attori impegnati nel Bajazet, opera nella cui interpretazione Adriana si sarebbe misurata con la rivale Duclos. Quest’ultima si attarda in camerino e spedisce un biglietto per conto della principessa di Bouillon indirizzato a Maurizio, duca di Sassonia fintosi un semplice alfiere (il tenore Angelo Villari). La principessa, innamorata di Maurizio, con quel messaggio vorrebbe invitare l’amante nel suo villino, ma suo marito, il principe, intercetta il messaggio e, credendolo scritto dalla Duclos, sua amante, medita vendetta lasciando che Maurizio lo riceva e poi invitando tutti gli attori in quello stesso villino per la sera dell’appuntamento, allo scopo di sorprendere burlescamente i due amanti. Anche Adriana, che, ignara di tutto, aveva nel frattempo trionfato sulla scena, è attesa alla festa. Innamorata anch’essa di Maurizio, si era incontrata con lui prima dello spettacolo e gli aveva dato in pegno un mazzolino di viole (leitmotiv di tutta l’opera). Maurizio accetta l’invito della principessa solo perché lei rappresenta un buon partito per un uomo del suo stato sociale. Quando si incontrano, Maurizio le offre i fiori ricevuti da Adriana; sopraggiunge il principe e la principessa si nasconde. Arrivata anche Adriana che apprende la vera identità di Maurizio e rimane turbata dalle voci su una presunta relazione dell’amato con un’altra donna. Il duca, però, la rassicura e la convince ad aiutare la donna nascosta nel buio (la principessa) della quale non può rivelare il nome, a fuggire. La Bouillon scompare prima di essere vista dall’attrice e prima di poter vedere chi l’avesse liberata. La principessa si ripresenta alla festa e crede di riconoscere Adriana dalla voce. La ragazza viene convinta a recitare ed usa il suo monologo per scoprire chi fosse la donna nascosta: sospettando della principessa le la parte dove si parla del tradimento coniugale. Dalla reazione della Bouillon, Adriana capisce l’accaduto e si congeda dalla villa piangendo il tradimento di Maurizio, mentre Michonnet cerca di consolarla. Tornata a casa riceve un cofanetto spedito da parte di Maurizio e contenente i le violette date a lui in pegno ( qui è proposto il brano “Poveri fiori”). Il vero mittente è però la principessa che, risentita per l’oltraggiosa invettiva di Adriana, li aveva avvelenati. Adriana, credendo che Maurizio non l’amasse più annusa i fiori per l’ultima volta, poi li brucia. In quel momento sopraggiunge il giovane che chiede perdono e propone all’attrice di sposarlo. Al colmo della gioia, Adriana comincia però a sentirsi male per il veleno, perde momentaneamente il senno ed, infine, spira tra le braccia di Maurizio.

In linea di massima, l’opera risente ancora dell’influsso degli operisti e dei compositori di tradizione precedente, come Puccini o Mahler, essendo ancora in essa ben distinguibili le arie e gli altri esempi squisitamente lirici, affacciandosi, tuttavia, già alle opere del pieno Novecento. Ciò che più di ogni altra cosa caratterizza questo spettacolo dall’intreccio fitto ed elaborato è la scelta di rappresentare le parti recitative di Adriana non con il canto, ma con la semplice recitazione in metrica, onde accentuare ancor più il meccanismo del metateatro. Altro elemento che rende il melodramma decisamente eterogeneo nelle forme d’arte contenute in esso, è il balletto a carattere mitologico che anima la festa del principe. L’orchestra, diretta dal maestro Carlo Goldstein sostiene bene il carattere disteso e appassionato dello spettacolo con una consistente sezione di archi e gli interventi dolci e cantabili del clarinetto e dell’oboe, specialmente nelle scene amorose. Si può infine notare l’allusione al tema della pazzia, come quella di Adriana che, in punto di morte, crede di essere nuovamente sul palco e prende ad interpretare i personaggi delle sue rappresentazioni; questo tema ricorre in diversi drammi tragici, come ad esempio la Lucia di Lammermoor.

di Andrea Rosa

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