Gli spettacoli teatrali a carattere storico sono spesso ricchissimi di personaggi celeberrimi, le cui figure maestose emergono dalla storia e, dopo aver fatto tremare la terra in un tempo remoto, tornano a far rimbombare i propri passi anche sul legno del palcoscenico. L’energia dell’opera, certamente uno dei generi teatrali di maggior effetto, sembra perfetta per dipingere le sagome di quelle personalità, come abbiamo avuto modo di constatare anche noi, studenti del nostro liceo che hanno aderito agli spettacoli del Teatro Ponchielli di Cremona, assistendo al Nabucco, melodramma musicato da Giuseppe Verdi del 1842 con libretto di Temistocle Solera. Fu questa l’opera che più di tutto permise al compositore parmense di affermarsi nella tradizione operistica italiana, sebbene composta in un momento così difficile della sua vita, segnato dalla morte della moglie e di due figli.

Il racconto si apre nel Tempio di Gerusalemme, dove un gruppo di ebrei tenta di resistere all’assedio di Nabucodonosor, bellicoso re assiro (il nostro Nabucco, qui interpretato dal baritono Paolo Gavanelli). La loro unica possibilità è rappresentata da Fenena, figlia minore di Nabucco, tenuta prigioniera dal sommo pontefice ebreo Zaccaria, della quale è però segretamente innamorato il nipote del re di Gerusalemme, Ismaele. Quando Nabucco irrompe nel tempio assieme alla figlia maggiore Abigaille (il soprano Tiziana Caruso) e Zaccaria minaccia di uccidere Fenena, Ismaele non può trattenersi dal liberarla; facendo questo viene rinnegato dai suoi compagni e l’intero popolo ebraico, privo di difese, viene deportato in Babilonia. In seguito Abigaille scopre di non essere figlia naturale di Nabucco, bensì di una schiava, e decide di vendicarsi del falso padre e della sorellastra, designata come erede al trono ed alla quale contende l’amore dello stesso Ismaele. Nel frattempo Nabucco, esaltato per la vittoria, inizia a deridere il Dio degli ebrei e definisce anzi sé stesso non più come re, ma come divinità. Nell’istante stesso in cui pronuncia queste parole, il re assiro viene colpito da una folgore che gli fa perdere il senno. Abigaille approfitta della situazione e si impone come nuova regina, prima di accanirsi nuovamente contro gli ebrei (è questo il momento della corale “Va pensiero”). Intanto, Ismaele ottiene il perdono del pontefice Zaccaria, dato che Fenena si era convertita all’ebraismo ed il suo salvataggio era dunque da considerarsi al pari di quello di un membro della comunità ebraica. Questo, tuttavia, la espone alla furia di Abigaille che la fa mettere a morte. Nabucco, gettato in carcere, vedendo la figlia condotta al patibolo si pente della sua arroganza, chiede perdono a Dio con la celebre aria “Dio di Giuda” e riacquista la ragione. Nuovamente impostosi sui suoi soldati accorre in aiuto di Fenena e libera gli ebrei, mentre Abigaille, ormai sconfitta, si toglie la vita.

Di notevole qualità l’allestimento proposto dal teatro Ponchielli, che ha voluto rendere in maniera molto marcata il dramma, l’energia e la solennità di questa vicenda, servendosi di effetti speciali quali fumo, fiamma prodotte da un apposito braciere posto in proscenio e perfino lo scoppio di una piccola carica esplosiva per simulare la caduta del fulmine. Il problema dell’entrata a cavallo di Nabucco è stato risolto mediante l’utilizzo di uno statuario modello sulla cui groppa montava l’attore. I costumi rappresentavano gli indumenti regali, militari, sacerdotali e comuni dell’epoca di ambientazione, venendo talvolta arricchiti allo scopo di enfatizzare l’immagine del personaggio di cui erano caratteristica, anche nelle sue mutazione (ne è un esempio la differenza tra l’immagine di Nabucco-re e quella di Nabucco-folle).

Nell’orchestra, diretta da maestro Marcello Mottadelli, troviamo molti elementi adatti a sostenere l’atmosfera concitata, ad esempio tramite l’uso consistente degli ottoni, tra i quali in origine figurava anche il cimbasso (qui sostituito dalla tuba), deli archi gravi (violoncelli e contrabbassi) e di numerose percussioni, capaci occasionalmente di dare all’armonia un accento quasi militare. Tutta questa energia si contrappone a scene più tranquille, come la preghiera di Zaccaria e le scene d’amore tra Ismaele e Fenena, sostenute dagli archi, dall’arpa e dal delicato timbro dell’oboe e del corno inglese.

Quest’opera, infine, rappresenta un magnifico esempio di energia, solennità e dolcezza, rappresentate nella cornice di un bellissimo e riuscitissimo allestimento teatrale.

Di Andrea Rossa

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