Per chi non avesse recuperato la copia cartacea dello speciale di Natale, a voi l’intervista. Buona lettura!

405274_271911059529713_1327448776_nIn quest’occasione ho capito davvero il significato della parola intuizione. Cosa voglia dire seguire la scintilla scattata nella propria mente e trasferire i propri pensieri sulla tastiera di un computer. Così ho conosciuto Silvia Avallone. Con un semplice click. Una scrittrice che non solo mi ha lasciato la chiave dei suoi romanzi, ma anche preziose parole su cosa significhi inseguire il sogno di intraprendere una delle professioni più belle che esistano. Perché a volte basta fidarsi, a volte basta scrivere.

Lei è una giovane scrittrice di grande successo, grazie alla pubblicazione di Acciaio nel 2010 e nel 2013 di Marina Bellezza. Oggigiorno emergere nel mondo dell’editoria non è per niente semplice. Ci può raccontare come è stato il suo esordio e come l’ha vissuto?

Ho sempre sognato di poter scrivere un romanzo, ma ho aspettato molti anni prima di trovare il coraggio di iniziare Acciaio. Buona parte della determinazione mi è venuta dall’incertezza verso il futuro che ho vissuto a un passo dalla laurea specialistica. Sapevo di trovarmi di fronte a una strada in salita, e che il mio “sogno normale” (insegnare in una scuola pubblica) sarebbe stato difficile da realizzare, così non mi è rimasto che il “sogno folle”. Ho cominciato a scrivere non più nei tempi liberi, ma sempre. Con costanza, otto ore al giorno. Dando forma al materiale accumulato negli anni, alle storie che mi stavano a cuore. Poi, quando mi sono sentita pronta, ho inviato alcuni capitoli alla casa editrice Rizzoli. Non ci speravo, ma ci speravo. Volevo crederci, se non altro avere un giudizio. Poi, una sera di aprile del 2009, ho ricevuto la telefonata su cui tanto avevo fantasticato a occhi aperti: l’editore aveva letto, e mi chiedeva di andare a Milano per incontrarlo. Questo fu l’inizio di un’avventura che ho vissuto con la tachicardia, in un crescendo di sorprese.
L’esordio fu per me la scoperta di un mondo: quello dei libri che vengono stampati, portati nelle librerie, amati o detestati dai lettori. La scoperta di decine e decine di paesi e città che non conoscevo, in Italia e all’estero. È stato un “master di vita accelerato”.

Partendo dal suo primo romanzo: Acciaio è un romanzo molto intenso e particolare, che tratta di un mondo che forse in molti vorrebbero dimenticare, ma che, proprio per le sue caratteristiche, forse non si dimentica facilmente. Francesca ed Anna sono due personaggi che rimangono impressi nella mente, per la loro capacità di attrarsi e respingersi reciprocamente, quando il loro corpo e il loro universo cambia.
Quindi cosa ci può dire riguardo alla loro genesi e alla loro evoluzione? Da chi o cosa ha preso ispirazione?

Ho vissuto praticamente ogni estate a Piombino, qui ho anche studiato per tre anni: gli ultimi del liceo classico. Questo promontorio, con la sua grande fabbrica, è sempre stato per me un luogo di potente ispirazione. Nel 2008, quando ho cominciato a scrivere Acciaio, non si parlava mai di lavoro, né di fabbriche, né di operai. Sembrava che i media li avessero dimenticati, come se non esistessero. Invece esistevano, bastava uscire di casa, attraversare un paio di strade. Ho sentito l’esigenza di raccontare la grande acciaieria che dominava (e domina ancora, nonostante tutto) il paesaggio della Val di Cornia e di Piombino, per ribadirne l’esistenza. E affrontare i nuovi problemi dei nuovi operai, miei coetanei. Ho sentito il bisogno di narrare come si cresce all’ombra di una grande industria in crisi, in provincia, e l’ho fatto con amore, con
rabbia, e con desiderio di sfida verso il futuro. Anna e Francesca sono due giovani donne sole che chiedono futuro, due ragazzine che fioriscono di fronte al corpo immane e incandescente dell’altoforno. La mia fonte d’ispirazione è stata il presente, quello dell’Italia in crisi. E, in aggiunta, il paesaggio con le sue contraddizioni: la frattura tra mondo della fatica e mondo delle vacanze (l’Elba). Ci tenevo, infine, che le protagoniste fossero due creature affamate di vita, due creature
femminili, portatrici di una richiesta di riscatto per un futuro migliore.

I casermoni di via Stalingrado di Piombino sono un luogo estremamente realistico, un emblema della
periferia, di gente che lavora nelle acciaierie e vive nella disperazione. Come è riuscita a condensare tutto
in uno stile così efficace e vivo come quello che ha utilizzato?

Via Stalingrado, in realtà, a Piombino non esiste. È un quartiere metafora, che appartiene a ogni provincia industriale, a ogni periferia. In quelle strade, in quei casermoni, ho condensato le tante vicende di tenacia pur nella disperazione che ho incontrato in giro per l’Italia. La prima cosa da fare è uscire di casa, è andare a vedere, interrogare, ascoltare. La scrittura, per me, è un continuo confrontarsi con la realtà. Le parole derivano dei luoghi, dalle conversazioni reali. Ma
siccome la realtà non è solo realismo, occorre anche molta poesia, e spesso anche epica, e mito, per riuscire a restituire parte del mistero e del fascino che luoghi come le acciaierie, o i casermoni, o persino i bar più comuni all’apparenza, nascondono.

Uno stile molto simile è ripreso in Marina Bellezza, il suo secondo romanzo. Da Acciaio a Marina Bellezza,
un titolo che è tutto il personaggio. Una donna che non vuole essere condizionata da nessuno ma di fatto sempre a disposizione di tutti. Cosa ha provato nel rappresentare un personaggio del genere, che colpisce in questo modo?

Desideravo raccontare la mia piccola, provinciale, sconsiderata, “Madame Bovary”: un personaggio femminile
che appartenesse al mio immaginario, ma che nascondesse in sé alcune delle contraddizioni del mio tempo, di questa Italia. Volevo che fosse figlia degli ultimi vent’anni, che inseguisse l’illusione del successo facile come panacea di tutto, perché è questo che ci hanno pubblicizzato per la maggiore. Ma volevo anche che si ribellasse a questo mito fasullo. Che fosse una donna forte, determinata, capace di non arretrare di fronte alla fatica. Che fosse una bambina sfortunata,
in parte mai cresciuta, ma che avesse anche la volontà di diventare adulta. Un’Italia nuova, travestita da Italia vecchia. Una bellezza autentica, travestita da bellezza futile. Insomma, volevo che fosse un personaggio scomodo, e che mi obbligasse a riflettere sul Paese in cui sono cresciuta.

Continuiamo il discorso su Marina Bellezza. È un romanzo in grado di far riflettere su due universi completamente
diversi. Da una parte le origini sulle montagne, nel lavoro della terra, nel far nascere un vitellino con l’aiuto solo della propria volontà (come si vede da una scena del libro). Dall’altra parte il successo, la mondanità, la voglia di vincere. Come ha trovato il modo di conciliarli e intrecciarli?

Marina e Andrea sono molto più simili di quanto si possa registrare in superficie. Entrambi, come del resto anche Elsa, non possono più contare su una strada spianata, su un futuro scontato, su un “mestiere normale”. Credo che nessuno di noi possa più rispondere con leggerezza alla domanda: “Che lavoro farai?”. Rimangono solo le strade in salita, le più folli. Entrambi scelgono strade azzardate, anche se estreme e opposte. Marina sceglie la strada che le hanno insegnato a
desiderare: la visibilità prima di tutto, i riflettori, Milano e Roma. Andrea si ribella a questo “mito unico”, e decide di risalire la sua provincia per riconquistare un pezzo di territorio abbandonato. Entrambi cercano il loro futuro, in un momento in cui il futuro non è già scritto. Il loro inizio, in un’epoca in cui si respira solo il senso della fine. In loro si fronteggiano visibilità
e invisibilità, centro e periferia. Ma, a mio avviso, il loro aspetto più importante al di là delle differenze è la loro determinazione a scegliere, la volontà di essere liberi nel perseguire la propria strada. È qui che si conciliano.

Andrea e Marina. Si potrebbe dire un amore che non c’è mai stato eppure un amore che durerà per sempre. Da cosa nasce la loro relazione, quel loro modo di vivere e non insieme all’altro?

Per quanto apparentemente opposti – nelle loro abitudini, sensibilità, e ambizioni – Andrea e Marina sono potentemente uniti da una ferita simile, da un dolore contratto durante l’infanzia, ereditato dalle loro famiglie, che continua a condizionarli anche a vent’anni. È questa “radice buia” contro cui lottano a unirli. Ciascuno si specchia nel dolore dell’altro, ma anche nella determinazione dell’altro a superarlo. Non si arrendono. Vogliono entrambi fare i conti con il proprio passato, e liberarsene. Poi, l’amore al tempo della crisi richiede fatica e testardaggine: diventa unico punto di riferimento saldo in un mare di precarietà e incertezze. Ma l’amore è anche un percorso di guerra, che esige apprendimento. S’impara, a stare accanto ad un’altra persona. Senza l’ansia del possesso, ma con il rispetto delle scelte. In particolare Andrea, è un uomo
che diventa capace di amare davvero: il contrario dei molti, troppi uomini di cui leggiamo in cronaca nera, che arrivano a usare violenza contro le loro mogli o fidanzate, scambiando il possesso per amore. Io desideravo raccontare, reagendo al maschilismo dilagante, un uomo diverso.

Entrambi i suoi romanzi affrontano i temi della voglia di restare e della voglia di fuggire via. Il desiderio di voler sognare, nonostante la distruzione dei propri desideri. Qual è il messaggio principale che vorrebbe trasmettere ai giovani (e non solo giovani) lettori, con le sue pagine? 

Il desiderio di andare è fondamentale. Per crescere bisogna andare a vedere cosa c’è là fuori, quanto sia grande il mondo, confrontarsi con luoghi, persone, culture diverse. Oggi è molto più facile che in passato, almeno in Europa, ed è una possibilità preziosa. I miei personaggi non “restano”, piuttosto “ritornano”. E questo loro nuovo desiderio deriva anche dalla voglia di non lasciare questo Paese alla deriva, di riconquistarlo,di cambiarlo. Non darla vinta, insomma, a chi ha saccheggiato, inquinato e impoverito l’Italia. Non è facile, ma nessuna strada che porti davvero da qualche parte lo è. Ho scritto “Marina Bellezza” con uno spirito di sfida (come in “Acciaio”), ma anche con una sorta di volontà di ricostruzione, reagendo alla cappa di impossibilità che si respira e alle macerie culturali di cui siamo circondati, i resti di un mondo
del lavoro in cui pare non esserci alcuno spazio per noi. Però, in un momento storico in cui ti sembra di non aver niente da perdere, puoi tirare fuori un coraggio inedito: quello che serve per cambiare strada, per azzardare il nuovo. È questo che mi piacerebbe trasmettere ai lettori, soprattutto ai più giovani: che bisogna osare, avere l’ambizione, ciascuno nel proprio
piccolo, di contribuire per cambiare le cose. I sogni servono eccome, e serve essere affamati per avere determinazione.
Non vivere solo per un tornaconto personale, ma per qualcosa di più ambizioso, che riguarda un “noi” anziché solo un “io”.

Sta già preparando altre storie per il futuro? Magari altri personaggi così estremi e assoluti come quelli già presentati?

Sono sempre “a caccia” di storie, e passo molto tempo a immaginare personaggi, quasi a evocarli come se già esistessero da qualche parte, e a me toccasse cercare di convincerli a mettersi a nudo con me. Ma quando davvero è arrivata la storia “giusta”, non lo decido io. Non è qualcosa in mio potere. Io posso solo non perdere la pazienza, scrivere e buttare via, iniziare mille volte, tenendomi pronta per quel pomeriggio e quella mattina in cui finalmente “ingranerò”, e gli ingranaggi cominceranno a funzionare, i personaggi saranno vivi, reali, e tirannici nel pretendere di essere raccontati.

Lei ha collaborato con Vanity Fair e Il Corriere della Sera; che cosa preferisce della sua esperienza giornalistica?

La possibilità di calarmi dentro una storia o un mondo che prima non conoscevo. Particolarmente forte per me è stata l’esperienza in Bosnia-Erzegovina: incontrare donne che durante la guerra hanno sopportato ogni genere di violenza e lutto, e che oggi si rimboccano le maniche per andare avanti, pur senza poter dimenticare. Non si può scrivere rimanendo chiusi nella propria stanza. Il nostro diario sarà sempre infinitamente meno interessante del mondo che ci circonda,
e a cui apparteniamo.

Quali consigli può dare ai giovani che vogliono emergere in questi ambiti della comunicazione? Quali dovrebbero essere le migliori qualità per un aspirante scrittore?

Anzitutto, leggere. Sembra una banalità, ma in un Paese che legge poco, tra gli ultimi in Europa, non è affatto scontato. Leggere non solo offre la materia prima: il lessico, la costruzione della trama, il ritmo narrativo; ma, soprattutto, insegna a immedesimarsi negli altri, a calarsi dentro un modo di agire e di pensare che prima ci era estraneo. E qui, a mio avviso, sta
la vera chiave di volta. Quando scrivi un romanzo, la tua voce deve sparire, a servizio della voce dei personaggi.
Questa non è un’operazione tecnica, bensì umana, che richiede l’esperienza della lettura, e dell’entrare nei panni degli altri, anche nella vita reale. Leggere insegna a diventare curiosi, solidali, empatici, a vivere le vite degli altri. Insegna a uscire dall’egocentrismo e dall’indifferenza, che sono i nemici numero uno della scrittura, oltre che del vivere
comune. In secondo luogo, come ho ripetuto spesso a costo di diventare noiosa, occorre uscire di casa e andare
a vedere, a toccare con mano. Indagare fa parte integrante dello scrivere. Wikipedia può servire per farsi un’idea, ma poi occorre salire in macchina e guidare, oppure prendere un treno: ascoltare, sporcarsi, annusare, testimoniare. Infine, la pazienza. Scrivere di getto è un mito romantico. L’ispirazione esiste, ed è meravigliosa, ma arriva una volta al mese, o ogni due settimane, e non basta. Bisogna scrivere e riscrivere, anche decine di volte lo stesso capitolo. Essere costanti,
e tenaci. Serve fatica, come in ogni altro mestiere, e umiltà. Non avere fretta, perché i tempi di scrittura non li può decidere nessuno. E dedizione. E, naturalmente, bisogna crederci.

Di Francesca Bertuglia

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