Quando nel titolo di un festival di fotografia si aggiunge l’aggettivo “Etica”, non sono solo i temi a cambiare. C’è nella fotografia etica qualcosa che ci riguarda tutti, che riguarda le vittime e i carnefici tanto quanto noi spettatori, perché racconta storie di esseri umani e racconta le ingiustizie che devono sopportare. È una fotografia che sposta l’attenzione dalla bellezza del momento all’attualità del soggetto, una fotografia che usa la bellezza per veicolare un messaggio e per calciare i nostri fondoschiena; vuole farci saltare un battito, farci star male, farci arrabbiare.
Questo Festival è, e deve essere, un momento di riflessione per capire cosa fare perché tra cinque o dieci anni un festival del genere possa non esistere: è una creatura il cui scopo è divorare se stessa e incitarci a distruggere le sue fonti di nutrimento.
Il nostro sguardo è sempre concentrato su temi a noi vicini ed è difficile guardare così lontano, così al di fuori della nostra quotidianità, anche quando il “lontano” è sotto casa e l'”Al di fuori” sale tutti i giorni con noi sul treno che prendiamo per andare a scuola.
E tuttavia, se questa è un’occasione di riflessione sui grandi problemi umani, io sto già sbagliando, perché di tutti questi temi e riflessioni non mi sto occupando.
C’è una fotografia che mi ha paralizzato il cervello, non tanto per la bellezza del momento, ma perché ha colpito “too close to home”.
Un uomo, musulmano, inginocchiato su un tappeto in un corridoio di quello che potremmo chiamare un carcere per disperati.
Siamo a Bari, una ridente città del paese del Sole e di quegli strumenti mitologici che chiamano “mandolini” e che nessuno ha mai sentito nominare se non in combinazione con “mafia” e “pizza” in qualche tipo di insulto anacronistico.
L’uomo prega. Così piegato evidenzia ancora di più l’altezza del soffitto dell’edificio.
Ecco il problema, ecco cosa mi ha raggelato: lo spazio tra quell’uomo e il suo soffitto, tutto quel vuoto sopra le sue spalle, un vuoto che se fossimo in una classe d’Arte farei riempire con un disegno, magari quello di una grande mano lucente, di un dio che mettesse forza in quelle spalle stanche.
Ma non siamo in una classe e non trovo nessun modo per inserire quella mano, quel dio in tutto quello spazio vuoto; tutti gli dèi che riesco a immaginare non riempirebbero un granello di tutta quell’aria, intrappolati in piccole bolle a lottare tra loro per il dominio sul mondo, troppo impegnati per dare attenzione ad un paio come a due miliardi di ginocchia doloranti, e si dimenticherebbero dell’anonimo che si è inginocchiato, quel giorno di tre anni fa, a Bari.
Mi dispiace, amico, mi dispiace perché non credo nel tuo dio, o in un qualunque dio.
Quindi devo scusarmi.
Mi scuso, amico, perché in tutta quell’aria sopra di te io non vedo nulla; nel mio mondo, che sono convinto sia quello reale, non c’è lieto fine né giustizia per te e per i tuoi cari, e le tue ginocchia toccano una terra ostile, una che ti odia per il colore della tua pelle, per la tua lingua natale, per quel dio che non credo esista ma che è diverso da tanti altri, altrettanto finti, adorati su questo stivale fluttuante sulle acque.
In questo mio mondo l’unica giustizia è quella umana, quella degli stati, ed è una giustizia schizofrenica che, in certi strani punti del pianeta, cambia nel tempo di un passo. È una giustizia che si proclama cieca, eppure, a volte, lancia un’occhiata a chi si trova davanti, solo per controllare, solo per appuntarsi il colore della pelle, l’accento, i lineamenti; per sapere come comportarsi.
Perché siamo tutti uguali, ma il “tutti” è un insieme molto esclusivo.
Mi scuso perché per me sei una statistica, un Anonimo di cui non so nulla: non so se dirti un uomo buono o cattivo, non so se hai ucciso, stuprato, o rapinato, oppure se hai curato, salvato o ti sei sacrificato per qualcuno. Non so nulla, se non che in un momento di tre anni fa ti sei inginocchiato e hai creduto, forse per abitudine, forse per disperazione, hai creduto in qualcosa che non hai, e non potrai mai, vedere, o sentire, o toccare.
Per me è più semplice, perché tutto quello in cui credo l’ho davanti, e mi permetto di dirti che ciò in cui credi non esiste, e mi permetto di compatirti e avere pena del futuro che immagino tu possa aver avuto, lo faccio perché è semplice salire in cattedra, è facile, quando si pensa di avere davanti delle prove inconfutabili, dimenticarsi che, in fondo, alla base di tutte le certezze, anche delle più solide, c’è sempre un po’ di fede.
Per essere certi bisogna credere.
Come ateo quindi, mi scuso, perché non riesco a immaginare per te, o per la tua famiglia, un futuro buono, o giusto.
Come (non) credente, mi scuso, perché mi prendo il diritto di deliberare sul tuo ipotetico futuro e perché so, anche senza alcuna prova, che non riceverai queste scuse.
E anche per questo, mi scuso.

La foto a cui l’articolo fa riferimento è parte della mostra “From There to Here, Immigration in the time of Fortress Europe” di Giulio Piscitelli esposta fino al 25 Ottobre a Palazzo Barni (Lodi) nell’ambito del Festival della Fotografia Etica.

Gabriele Mozzicato

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