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Siamo partiti il 17 Luglio da Lodi e ripartiti il 23 da Ginevra. Alle nostre spalle da una parte il nostro liceo, dall’altra il più grande laboratorio di fisica delle particelle del mondo, un organismo pulsante di vita e di desiderio di scoprire.

Del CERN ricorderò sempre l’acqua, l’acqua più buona che abbia mai assaggiato. Saranno stati i Protoni, i nuclei di Piombo, o forse solo la stanchezza e la sete dopo ore passate a lavorare con 30 gradi all’ombra; saranno forse state tutte queste cose insieme a rendere quell’acqua indimenticabile.

Nella mia valigia ancora non disfatta c’è un pass ormai scaduto, una tessera con una mia foto terribile e il mio nome e vicino ad essi, faccio fatica a crederlo anche adesso, il logo del CERN, in più copie, su uno sfondo blu che si avvolge attorno al mio collo.
La mia foto, il mio nome, il mio collo, al CERN.

Non avevo mai pensato al laboratorio in equilibrio sul confine tra Francia e Svizzera in modo diverso da quelle foto di enormi micro-nano-femtoscopi, macchine in grado di scrutare in un invisibile miliardi di volte più incomprensibile di un singolo atomo.
Vedere la superficie di quelle macchine mi ha spiazzato: capannoni di latta, prefabbricati eleganti quanto un sandalo con calza bianca annessa. Anche il CERN, anche la più grande missione scientifica che l’umanità abbia mai intrapreso, ha quindi un’aria di normalità.
Sono normali gli edifici, normali le strade (anche se intitolate a grandi scienziati del passato), normale è la mensa e i suoi abitanti, che siano fisici, ingegneri o studenti, tutti afflitti dal caldo, tutti attenti a non farsi prosciugare il portafogli dalla macchina mangiasoldi che può essere una mensa svizzera.
Ho sentito persone parlare di fisica delle particelle come da noi si parla di calcio: a tavola, forchetta in una mano e bicchiere (se non caraffa) di birra nell’altra.
Ho ascoltato persone parlare di come due particelle si distruggano e diano vita a uno sciame di altre figlie, e parte di queste verranno catturate dagli strumenti, parte sfuggiranno più scivolose di una saponetta. Il tutto mentre affondavano cucchiai in generose porzioni di zuppa.

Una scultura rappresentante la storia della fisica, dal teorema di Pitagora alla scoperta del Bosone di Higgs, posta di fronte alla mostra GLOBE del CERN.

Una settimana al CERN ha significato una settimana di fisica, di full-immersion nelle teorie più profonde sulla natura del nostro mondo, e allo stesso tempo un ultimo (o forse no) profondo sguardo all’interno del nostro liceo. In questa settimana ho visto con occhi, cervello e diaframma ancora una volta qual è la più grande eccellenza del Gandini-Verri: le persone.
I docenti come il prof. Maggioli che portano avanti progetti importanti anche d’estate, e anche quando le circostanze sembrano essere tutte sfavorevoli, senza perdere troppo la pazienza. Gli studenti come il gruppo EEE della nostra scuola che ho visto tremare all’idea di visitare il più grande laboratorio di fisica del mondo, quelli che ho visto discutere di particelle elementari e acceleratori di giorno e poi lasciarsi andare la sera (più o meno civilmente), quelli con cui in una stanza d’hotel, che era più un appartamento, ho condiviso tè delle cinque e delle undici di sera, e un caffè magistrale che assomigliava più ad una pozione velenosa. Gli stessi che passavano gridando troppo in corridoi troppo silenziosi, quelli con cui ho aspettato di tornare in hotel facendo selfie terribili o spalmandomi sull’asfalto per la fatica.

LHC, un anello di 27 km creato per accelerare particelle a velocità praticamente identiche a quelle della luce (e ad energie immense), ci aiuta a scoprire i segreti dell’universo e non solo questo. Di fronte ad un pozzo profondissimo mi sono trovato a riflettere anche su ciò che stava in superficie, e a pensare per un’ultima volta se la scelta di cinque anni fa sia stata valida.
Sì. Lo è stata non tanto per la preparazione, ma per gli incontri, per i viaggi di ore passati a parlare di cose troppo grandi e complicate, eppure così affascinanti, ore che passano in cinque minuti quando tra amici si parla senza sapere, ma volendo conoscere di più.

Non ho molte parole da spendere sulla magnificenza del CERN; gli antichi avevano i loro templi per onorare la natura, monumenti incrollabili che hanno sostenuto gli attacchi del tempo. Noi costruiamo giganti di metallo e elio liquido delicatissimi, ma che possono raccontarci molto più di qualsiasi statua o colonna.
Non è la grandezza della missione o dell’atmosfera che posso raccontare in modo nuovo, ma posso parlare dei momenti in cui tu e i tuoi amici fate un balzo perché state camminando in Route Pauli, o all’incrocio tra Route Curie e Route Bohr, o perché poggiate i piedi su una scultura che si illumina al passaggio di particelle provenienti dallo spazio.
Posso parlare del fisico di professione che ci rincuora tutti quando dimostra di essere tanto eccitato quanto noi pensando all’universo, a come sia nato e come sia cresciuto.
Dopo milioni di parole spese sul CERN, posso parlare solo del nostro viaggio, perché in molti modi è stato ancor più importante dei segreti del cosmo di cui abbiamo avuto un assaggio.
E quindi grazie a tutti, a chi l’ha reso possibile e a chi vi ha partecipato; se tra dieci anni molti di noi ancora non sapranno cosa sia realmente il Campo di Higgs questo ha poca importanza, se almeno per un attimo abbiamo desiderato sapere cosa fosse.
Ce lo hanno detto più volte negli ultimi giorni “Per cercare qualcosa di nuovo bisogna prima cercare ciò che si conosce“, per andare avanti bisogna prima considerare ciò che ci si è lasciati indietro e io sono contento di andarmene dalla nostra scuola sapendo che ci siete voi a mantenerla viva.

L’autore si vergogna di sé stesso in questa foto, ma d’altronde non si può essere belli e idioti allo stesso tempo.

Tutor n° 1(0)

Foto pazzesche di Elena “Dag” D’agnese.

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