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di Francesca Malavasi

Era la notte della Vigilia di Natale, sinceramente non ricordo nemmeno quanti anni siano passati, di sicuro parecchi. Non proverò nemmeno a spiegarvi le mie disavventure, ma per una serie di circostanze sfavorevoli che la vita non aveva avuto la pietà di risparmiarmi mi sentivo dolorosamente vuoto. Spero che non abbiate mai provato questa sensazione perché è veramente orribile. Se sei triste puoi piangere fino a prosciugarti di tutte le tue lacrime, se sei arrabbiato puoi urlare a squarciagola contro il mondo, ma se ti senti vuoto, pienamente svuotato dalla voglia di vivere, non hai più la forza di fare nessuna di queste cose, riesci solo a fissare il soffitto con sguardo perso e vitreo oppure a errare per strade sconosciute senza meta. Quella notte lontana decisi appunto di vagabondare per la mia città. Non ricordo nemmeno quando iniziai a camminare per quei vicoli angusti, ma ad un tratto, alzando lo sguardo al di sopra dei tetti delle abitazioni, vidi un frammento di cielo trapuntato di stelle e mi resi conto dell’incombere della notte. Non che avessi intenzione di ritornare a casa, sia chiaro, solo che le tenebre accrescevano dentro di me la sensazione di essere un disgraziato senza vie di fuga. Mi fermai davanti a un pub, vi entrai, e senza prestare attenzione all’aria festosa dell’ambiente e delle persone andai dritto al bancone per ordinare del whisky. Uscii nell’aria gelida e tracannai la mia bottiglia. Sentii una sensazione di calore avvampare nel mio petto, ma subito mi abbandonò. I miei sensi erano totalmente offuscati, ma il vuoto persisteva, come un verme fastidioso. Le luci colorate appese alle finestre mi facevano ribrezzo e mi opprimeva un grandissimo senso di tristezza. Continuai a camminare, completamente stordito e disorientato, finché non giunsi presso un ponte. Ricordo solo che la luce della luna proiettava un biancore latteo sulla superficie del fiume e che una leggera nebbiolina aleggiava sull’acqua. Ad un tratto, mi assalì un profondo desiderio di calma e di pace: guardando il corso dell’acqua del fiume volli solamente la fine di tutto ciò che continuava a opprimermi. Così scavalcai la balaustra del ponte e mi sporsi in avanti, assaporando l’aria umida che mi inondava il viso. Stavo prendendo la spinta per buttarmi, quando percepii un un peso sulla mia spalla: mi voltai e vidi ritto accanto a me un uomo. Io, ancora a distanza di anni, non riesco a capire se sia stata un’allucinazione prodotta dall’alcool oppure un fatto veramente accaduto. Sta di fatto che guardai quell’uomo con occhi stralunati e iniziai a urlare a squarciagola come spiritato: “Chi sei tu? Cosa vuoi da me?”. Poi con voce rotta da un pianto isterico continuai: “Lasciami in pace, voglio solo stare in pace.” L’uomo, diversamente dalle mie aspettative rimase zitto e andò avanti a scrutarmi con i suoi occhi grigi, l’unico particolare che ricordo di lui. Io gridai ancora più forte: “Non vedi che sto per buttarmi? Lasciami in pace!”; ma quegli occhi grigi erano ancora fissi su di me. Ad un tratto si avvicinò a me e mi sussurrò: “Non troverai pace laggiù, ma solo un gran freddo.” Ripresi ad urlare, scacciai violentemente la sua mano e presi un bel respiro pronto per lanciarmi giù. Ma in quel momento riflettei un attimo sulle parole che avevo appena ascoltato e mi voltai verso l’uomo dagli occhi grigi, che continuava a guardarmi. Parlò ancora, questa volta dicendomi: “Sai meglio di me che non ti butterai, smettila di fingere e ritorna sul ponte.” Questa volta gli diedi ascolto: scavalcai di nuovo la ringhiera e mi sedetti sull’asfalto umido. L’uomo si sedette accanto a me, tenendomi sempre una mano sulla spalla. Non ci mettemmo a parlare, ma lui rimase tutta la notte lì con me, fissando la luna in cielo. Non proferì nessuna parola, semplicemente la sua presenza mi aveva riempito il cuore, alleviandomi un po’ di quel senso opprimente di abbandono. Non so come sia stato possibile che un completo sconosciuto mi abbia fatto sentire così calmo. Ma la sola presenza di una persona tante volte può fare quest’effetto. Mi addormentai lì, sulla ringhiera del ponte, ma al mio risveglio non c’era più nessuno: l’uomo dagli occhi grigi se n’era andato. Ripercorrendo nella mia mente gli avvenimenti della notte precedente sentivo ancora viva dentro di me la sua presenza. Il vuoto se n’era andato in parte. Quella vigilia di Natale e l’uomo dagli occhi grigi saranno per sempre scolpiti nella mia memoria.

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